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1. Che cos’è per te il parametric design ?

Definirei il parametric design come una disciplina progettuale che fa uso di tecnologie di disegno parametriche, ovvero capaci di incorporare nel processo progettuale flussi di dati in grado di variare nel tempo (parametri) e di utilizzare tali flussi per informare ed organizzare processi logici(algoritmi) che si finalizzano in una popolazione di molteplici e possibili configurazioni geometriche. Tale utilizzo, sempre più diffuso, a partire da una decina di anni fà, ha fatto in modo che l’architetto o designer si svincolasse gradualmente da soluzioni basate su geometrie euclidee per esplorare e poi utilizzare, con sempre maggior consapevolezza, tali strumenti al fine di definire nuove esplorazioni formali ed in seguito elaborare strategie progettuali maggiormente articolate e complesse. Ovviamente l’utilizzo di tali tecnologie ha portato con il tempo ad approfondirne maggiormente l’impatto sulla progettazione stessa e sulle modalità operative, indagandone i molteplici aspetti teorici impliciti e le loro conseguenze sulla pratica architettonica e sul modo di costruire.

2. Che legame c’è tra il design computazionale e i nuovi approcci di fare architettura ?

Credo che il design computazionale sia un concetto più esteso di quanto lo possa essere il parametric design, che comunque ne risulta incluso. Il design computazionale è la disciplina tesa ad applicare approcci computazionali a specifici problemi di progettazione, siano essi in relazione alla presentazione, forma, analisi o valenza estetica. Sicuramente l’introduzione della computazione nel campo dell’architettura e del design ha innescato un cambiamento radicale, in continua evoluzione, dal modello come rappresentazione al modello come raffigurazione dei processi. Infatti uno degli aspetti maggiormente caratterizzanti ed innovativi è il fatto di poter considerare il design computazionale come un processo a supporto dell’esplorazione del design stesso. Il risultato è un totale e radicale cambiamento di approccio al progetto: da un approccio Top-down (fino ad oggi proprio del panorama architettonico in cui l’architetto cerca di tradurre in realtà un idea o ‘concept’ iniziale) ad un approccio Bottom-Up dove lo stabilire quali siano i parametri e le informazioni considerate nel progetto, la regole di interazione fra di essi e la complessità derivante dalla minore o maggiore autonomia degli agenti sono i veri strumenti in mano al progettista. Tale transizione si manifesta in un evidente e potente cambio paradigmatico: dal design inteso come produzione di forme al design inteso come elaborazione di processi in grado di, in ultima istanza, generarle. Inoltre il fatto di cominciare a progettare e descrivere il processo di design e l’architettura all’interno e tramite linguaggi di programmazione ha accorciato tremendamente la distanza fra progetto e costruito in quanto le macchine necessarie per la produzione di oggetti, o parte di essi, sono sempre maggiormente disponibili (in termini di prezzo e presenza sul territorio) e il linguaggio utilizzato è comune ad entrambi, permettendo una sempre più efficace simulazione, prototipazione e produzione.

3. Rimanendo in tema, La Cecla scriveva ‘Contro l’architettura’. Come vedi le archi-star di oggi e come giudichi i loro lavori autoreferenziali in un mondo dove fare architettura ha perso il vero significato sociale.

Devo ammettere che da quando ho iniziato ad occuparmi di computational design e quindi a badare maggiormente al processo per arrivare a definire un design piuttosto che al prodotto finito di tale processo ho gradualmente smesso di leggere di architettura in senso classico su riviste e libri patinati. Il fatto di conoscere molti dei ragazzi/architetti che lavorano in rinomati studi internazionali delle grandi firme dell’architettura ti permette di accedere e guardare a tale mondo, in un certo senso, dalla porta sul retro. Dietro ad ogni prestigioso progetto infatti vi sono moltissimi ragazzi, fra cui moltissimi italiani, che hanno sviluppato solide competenze e che partecipano e guidano la progettazione e rendono possibili tali successi. Il fatto di conoscerli e quotidianamente vedere i vari progressi permette di averne una visione da ‘dietro le quinte’ e di poterne giudicare o meglio valutare in maniera più oggettiva la reale portata dei lavori. Sicuramente il sistema piramidale e accentratore insito nelle gerarchie di questi super-studi non rende giustizia alle molte persone, con altissime competenze, che partecipano e realmente portano avanti i vari progetti che poi risultano vincenti.

4. Sei un fondatore di Co-de-iT, puoi presentarci brevemente il team e dirci come è nato il vostro progetto? Quali sono le attività principali?

Co-de-iT nasce essenzialmente sulla rete, dall’amicizia di tre blogger (me, davide del Giudice e Alessio Erioli) che nel lontano 2006 iniziarono ad interessarsi alle tematiche dell’architettura digitale e che pian piano si trasformò in una collaborazione. Ufficialmente il gruppo ‘Computational Design Italy’ nasce nel Gennaio 2010 ma tale data ha significato solo il rendere palese una collaborazione che era già in atto da molto tempo. Credo che Co-de-iT possa essere descritto come un “HUB” tramite il quale cerchiamo di aggregare, connettere e veicolare risorse, informazioni e competenze personali a seconda delle opportunità e delle esigenze che ci si presentano. Come gruppo cerchiamo di operare, per quanto possibile, di operare su più fronti. Uno dei principali è quello della divulgazione di informazioni tramite ‘networking’. Ognuno dei membri gestisce, sia tramite il sito ufficiale che tramite i vari blog personali, i ‘social network’ ed i vari forum a cui partecipiamo, una consistente, per non dire sovrabbondante, mole di informazioni. Infatti per rendere comprensibile ciò che stiamo facendo e le tematiche trattiamo credo sia necessario, per non dire strategico, fornirne anche gli strumenti per comprenderne la cultura, gli aspetti teorici e i processi che ne soggiaciono. Un altro fronte su cui siamo molto attivi è quello dell’educazione attraverso l’organizzazione di numerosi workshop, nazionali ed internazionali, dedicati sia all’uso di strumenti e tecniche per il generative design che introduttivi all’uso di macchinari per la digital fabrication. Ovviamente essendo Co-de-iT un team di ricerca il grosso degli sforzi è dedicato alla sperimentazione stessa. Attualmente siamo focalizzati su alcune ricerche dedicate al bio-printing e alla stampa 3D alla scala architettonica, ma anche al tema della ‘fusione’ in atto fra tecnologie e biologie e all’uso delle BCI (Brain Computer Interfaces) nel campo del design. Ciò che mi preme evidenziare è che l nostra ricerca non è solamente focalizzata alle tematiche del design, della produzione e progettazione architettonica, ma il nostro interesse è, per innata attitudine dei suoi membri, multidisciplinare. Insomma cerchiamo di fare della contaminazione e della varietà di interessi uno degli strumenti più validi per condurre le nostre ricerche.

5. Quali sono i vantaggi e i limiti di usare strumenti come Grasshopper e Rhinoceros ?

I vantaggi in questo momento specifico sono molti. Grasshopper è un editor visuale di algoritmi, ciò significa che è uno strumento che permette di definire e costruire letteralmente, tramite un interfaccia a nodi, sequenze di comandi ovvero algoritmi senza la necessità di saper programmare e quindi conoscere linguaggi di programmazione. Solo alcuni anni fa ciò che è possibile fare oggi con grasshopper dopo poche ore di training era allora possibile solo dopo giorni di esperta programmazione e debugging, frutto dell’esperienza di anni. Ciò rende palese il fatto che Grasshopper sia uno strumento che ha abbassato (e quindi democratizzato) la soglia minima di competenze necessarie per accedere all’uso di strumenti di computational design nell’architettura e non solo. Inoltre il fatto di avere un interfaccia basata su nodi visuali fa sì che la relativa curva di apprendimento sia decisamente efficace. Altro vantaggio considerevole è la rete di utenti che ne supporta sia lo sviluppo che la condivisione delle risorse. Il forum di Grasshopper è uno strumento imprescindibile sia per gli ‘advanced users’ che possono trovare soluzioni a specifici problemi o condividere risorse, che per coloro che muovono i primi passi e che possono trovare numerosissime risorse, la maggior parte disponibili gratuitamente. Inoltre il crescente numero di plug-in che quotidianamente nascono e sono a disposizione degli utenti, permettono di implementare le capacità operative in numerosissimi campi e ne fanno sicuramente un valore aggiunto.

6. I FabLab come luoghi di ricerca e possibilità per i giovani che vogliono approcciare a nuove discipline come la digital-fabrication oppure una moda del momento, dove ormai è di diritto averne uno nel proprio paese?

I FabLab rappresentano sicuramente una nuova opportunità per sviluppare e portare a compimento idee, aggregare competenze, avvicinarsi in maniera agevole e divertente a discipline come elettronica, fabbricazione e conoscere persone che condividono le nostre medesime passioni ed entusiasmi. Inoltre i FabLab sono diventati i principali portali di accesso per utilizzare nuove tecniche di produzione e prototipazione come la stampa 3d o il taglio laser per cui rappresentano importanti risorse per il diffondersi di tali tecnologie e l’educazione al loro utilizzo. Visti in tale ottica credo che sia ovvio il fatto che moltissime persone, interessate all’argomento, oggigiorno collaborino alla nascita, sempre più diffusa e capillare, di nuovi FabLab. Ma sono anche dell’idea che i FabLab necessitino di essere affiancati da un adeguato contesto/tessuto sociale, politico ed economico che permetta alle idee di tramutarsi in innovazione, sviluppo e impresa. Altrimenti risulta altrettanto ovvio che diventeranno, pur nella loro positività ed entusiasmo, luoghi destinati a scontrarsi con la realtà delle cose. Credo che oggigiorno, come non mai, sia necessario investire sull’educazione e l’innovazione ma la situazione attuale, per lo meno in Italia e per quanto a parole si parli di innovazione ovunque, sia abbastanza distante da tutto ciò. I FabLab rappresentano o possono rappresentare l’iniziale spinta propulsiva per le idee, ma il supporto per trasformarle in qualcosa di concreto, realizzabile e renderle innovazione, ricerca e impresa sicuramente richiede molto di più.

 7. I tuoi workshop sono molto seguiti in tutto il mondo. Come vedi il futuro dell’educazione in Italia, soprattutto nel tuo settore ?

Il contesto educativo accademico italiano rispecchia ovviamente il contesto culturale del paese, nel bene e nel male, con tutte le sue contraddizioni e peculiarità. In generale credo si possa dire che soffriamo di un certo isolamento culturale rispetto al contesto internazionale. Per quanto concerne poi le tematiche del computational design e digital fabrication, posso dire che raramente sono affrontate all’interno di corsi dedicati nei vari atenei se non in casi sporadici dove le nuove (e precarie) leve dell’insegnamento tentano di apportare contributi autonomamente. Ovviamente tali considerazioni devono tener conto dello stato della ricerca e delle università in Italia, dove l’endemica mancanza di fondi influisce pesantemente sulle opportunità di sviluppo anche all’interno dell’accademia. Comunque un confronto con ciò che avviene all’estero nel campo della ricerca architettonica e del design direi che è inevitabile. Sintomo di ciò è il fatto che molti studenti o neo-architetti ormai, tramite internet, siano consci dell’evoluzione in atto e cerchino, in maniera autonoma, strumenti e modi per crescere e imparare in modo di dotarsi di maggiori conoscenze per sopperire al gap creatosi. Così è sempre più frequente il numero di italiani che studiano in scuole estere o che frequentano Masters o workshop internazionali.

Cocoon EVO pavilion – Pattern Seeker test from Andrea Graziano on Vimeo.

8. Cosa suggerisci ad un giovane affascinato nel tuo settore e perché consiglieresti di partecipare a questo workshop ? Puoi dirci cosa si intende per Data-Driven Design per i neofiti?

Indipendentemente dal workshop stesso credo che il fatto di dover inserire skills relative al computational design nel proprio curriculum sia di fatto una cosa essenziale per qualsiasi giovane architetto che aspiri a lavorare in uno studio internazionale. Se fino ad alcuni anni fà era considerato un di più, oggi moltissimi studi richiedono competenze sia di ‘parametric design’ che di programmazione nel curriculum dei candidati. Inoltre posso dire con una certa sicurezza che tali competenze sono solo il punto di partenza per cominciare a considerare il design e l’architettura qualcosa di maggiormente rispondente ed adatto alla complessità del tempo in cui viviamo. Data-Driven design è un concetto alla base del design parametrico che fa delle informazioni/dati la materia stessa del processo progettuale. Il fatto di creare sistemi adattivi capaci di rispondere a condizioni e variabili esterne è una delle prerogative di questa modalità progettuale. Il workshop mira quindi a introdurre ed evidenziare il rapporto tra informazione e geometria implicito nell’uso degli strumenti parametrici, rendendoli al tempo stesso potenti e flessibili.